Opzioni di Borsa - Statisticamenteponendomi- Da Aroon a Chaikin: a cavallo delle medie mobili -parte 1

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Ben trovati, amici lettori.
Il primo contributo di questa rassegna comincerà con l’analisi dell’indicatore Aroon, il primo della trattazione di Caranti, e terminerà con MACD.

Il gruppo di indicatori che commenteremo insieme oggi appartiene alla corrente di pensiero di coloro che basano la loro previsione sui valori di Minimo/Massimo e Chiusura (i ben noti High, Low e Close, ma qui siamo in Italia e mi sembra giusto che parliamo in italiano) di ciascuna seduta di Borsa.
Con questi tre dati gli analisti hanno creato delle medie mobili semplici, esponenziali, e, <dico io>, tratteggiate, zigzagate, doppie … insomma delle linee dalle più svariate forme che si muovono sull’Indice di riferimento, pronte ad indicarci un’imminente inversione di trend o la sua continuazione. Ma andiamo per gradi.
 
Prima dell’approfondimento del Prof, a me Aroon piaceva molto. Il nome esotico che porta il pensiero alle prime luci del mattino, magari su una spiaggia tropicale; quelle belle linee secche del grafico fatte di colori diversi che s’intersecano seguendo il trend; i valori ‘di fuga’ dal trend, talmente semplici che li comprenderebbe anche un bambino: quando la linea intera è a 100 significa rialzo, quando la linea tratteggiata è 0 vuol dire ribasso. Fine. Stop.
Poi è arrivata l’analisi puntigliosa di Caranti e lì mi è crollato un mito: le prime delle luci del mattino le ho fatte velocemente migrare da una spiaggia tropicale ad una squallida periferia di città; le linee secche, di qualsivoglia colore, ho cominciato a vederle un po’ deformate come quando si termina una visita oculistica; i valori da 0 a 100, come la ruota della lotteria.
Sinceramente sono rimasta un po’ delusa e ho provato un certo disappunto nei confronti del Prof e della sua pignoleria. Va detto, però, che Caranti nella sua analisi non vuole demonizzare il lavoro di alcun analista ma, come tutti noi, ambisce a trovare l’indicatore più affidabile e se io fossi particolarmente affezionata ad Aroon potrei continuare a mantenerlo plottato sul mio grafico di Metastock. Invece, leggendo e rileggendo, le osservazioni mi sono sembrate convincenti per cui, almeno per il momento, Aroon l’ho proprio cassato. Dico per il momento perché, come forse avrete notato, nelle trattazioni successive Caranti dice che presto tornerà a parlare di Aroon … Ah Ah! Come esordiva Lara Croft quando s’imbatteva in un nemico! Forse avrà scoperto qualcosa di Aroon che al momento si vuole tenere per sé per poi rivelarcelo solo nel finale? Bene, dunque. Attendiamo pazientemente. Per il momento però io l’ho tolto dal grafico perché voglio fare un po’ di pulizia: troppi indicatori mi confondono e, se mi soffiano nell’orecchio che potrebbero non essere validi, preferisco gettarli subito.
Ma perché, al momento, Aroon pare inaffidabile? Forse perché Tushar Chande, l’analista che lo presentò nel ’95, ha semplicemente calcolato i massimi e i minimi di periodo, poi ha verificato da quanti giorni sono in testa i ‘favoriti’ e alla fine ha fatto la percentuale. Tutto troppo semplice?  Già: pare che manchi un pezzo.
Sì, innanzitutto perché non prende mai in considerazione le Chiusure né i Volumi e, a questo proposito, non si può non dare ragione al Prof quando dice che, se escludiamo i Volumi a priori, non sapremo mai se un’impennata o un crollo di mille punti sono da considerare come lo sbarco di Anzio o una scaramuccia al bar sotto casa.
Poi c’è il dettaglio non meno importante del Dominio, il ridondante K1 di Caranti: qualcuno lo imposta a 10 giorni, qualcun altro a 14. All’inizio non avevo capito perché Caranti l’avesse messo a 5 giorni ma poi ho riletto meglio: l’ha fatto solo per snellire il calcolo dal momento che era la spiega in Excel dell’indicatore a stargli a cuore e mettendo 5 si semplificava molto la didattica.
Sinceramente, però, il Dominio è un parametro molto importante. Significa dire a Excel “Fammi tutti i calcoli necessari a capire che temperatura medio ho avuto in una settimana, in un mese o in tre mesi”; lo stesso dominio, inoltre, può avere un senso per un Sottostante e non per un altro, per uno Strumento e non per un altro. Se penso alle Opzioni, lo Strumento su cui lavoro, il tempo gioca un ruolo fondamentale tra tutte le variabili che lo compongono … come potrei prenderlo sotto gamba o dargli meno importanza che ad altri valori?
Peraltro l’indicatore Aroon è parametrico, ovvero tiene in grembo quei giorni di latenza necessari a far girare il volano (come dice Caranti): questa variabile temporale di latenza è tutt’altro che innocua perché può determinare la massima precisione o, al contrario, un ritardo letale nell’indicazione.
Prima di chiudere la mia esperienza col primo Indicatore, debbo dire che una cosa mi ha veramente colpito e forse l’avrete recepita anche voi. Avete presente alla fine (siamo a pagina 9)?  Lì c’è tutta la questione dei “valori possibili per parametro” con tanto di tabella gialla e blu e nelle quattro colonne di K1 che si incrementa da 5 a 8 escono dei numeri sempre diversi (es: 80,00  83,33  85,71  87,50). A me ‘sta cosa mi è sembrata magica! Inutile che vi ripeta che non sono Excellista per niente, lo sapete già, ma non posso non tributare a un’analisi numerica come questa l’onore che merita perché è solo con Excel che l’abbiamo scovata. Come altrimenti? Ciò non significa che mi sono rattristata per non esserci arrivata da sola, dico solo che Excel, conosciuto e interpretato bene, è davvero uno strumento portentoso: un ottimo interprete del linguaggio degli Indicatori di Borsa!      
Ok, Prof! Aroon cassato (per il momento …).
 
E dopo aver fatto barba e capelli ad Aroon, passiamo all’RSI di pagina 11.
Il Relative Strength Index parte già col piede sbagliato e, come è vero che il buongiorno si vede dal mattino, è certo che un indicatore che parte male davanti al Prof avrà vita breve.
Il poveretto infatti dovrebbe chiamarsi diversamente, cioè Internal Strength Index in quanto il suo algoritmo misura la forza intrinseca e non quella relativa. Battute a parte, la precisione è d’obbligo quando si ha a che fare con numeri e formule, e questa cosa del nome sbagliato predispone male anche me.
L’RSI misura i valori di Ipercomprato e Ipervenduto, dove il valore 70 è ipercomprato mentre 30 è ipervenduto. Quali sono le variabili che utilizza la sua formula? Lo possiamo scoprire da soli prima che ce lo dica Caranti: scendendo velocemente con il cursore tra le righe del contributo 14, intravediamo i primi copia-incolla Excel e … voilà! L’unica colonna scoperta è quella relativa alla Chiusura. Ahi ahi ahi, povero RSI! Mi sa che si sta mettendo veramente male per te! Non solo escludi i volumi, ma addirittura ti fai un baffo anche di Massimo e Minimo.
Secondo me questa è una pecca grossa. Io l’ho pensata così: supponiamo che la chiusura sia ZERO (cioè ieri uguale a oggi). Questa ipotesi non mi dice niente in merito all’andamento della giornata per cui potrei avere ZERO in due casi realisticamente molto diversi: ZERO perché non si è mossa proprio, oppure ZERO perché ha oscillato per esempio da -3% a +3% per poi chiudere in pari. C’è una bella differenza! Caspita! Nel primo caso ‘sono tutti al mare’ e quella seduta è insignificante, nel secondo caso invece c’è stata una lotta micidiale e gli operatori sono in grande fermento.
Vabbè! Torniamo in su con il cursore e procediamo con la lettura.
Caranti ci sfodera la formula in cui compaiono nuove variabili: U, media delle variazioni di prezzo al rialzo; D,media delle variazioni di prezzo al ribasso; 100 che è una scala. Parametro fisso di dominio è 14 giorni. Uhmmm!
Continuiamo a leggere e arriviamo fino alla fine così vi dico la mia opinione.
Secondo me il signor Wilder, creatore di questo indicatore, da bambino doveva essere un campione nel gioco di pari e dispari, altrimenti non si sarebbe appassionato tanto a passare le sue giornate mettendo 0 in una colonna piuttosto che nell’altra per poi divertirsi un sacco, al 14° giorno, a fare le medie sulla sua tabellina gonfia di zeri.
Invece no, dai. Non si è limitato solo a quel semplice giochino, ma ha inserito i parametri per filtrare la media dei rialzi e la media dei ribassi: la U e la D menzionate sopra. Caranti ha messo mano ai fogli Excel e ha eseguito tutti i suoi calcoli per giungere alla conclusione cui ero giunta io stessa, da profana, molto prima di aver seguito questa interessante dissertazione, conclusione che mi ha indotta a cassare l’RSI dal grafico Metastock parecchio tempo fa: l’RSI non è affidabile perché in più circostanze l’indice ha continuato a scendere anche se l’indicatore era già in ipervenduto e viceversa. Wilder è stato bravo ad inserire il concetto di incrementi/decrementi filtrati (variazione infinitesima) che riporto paro paro come scritto perché per me è già stata un’impresa capirne il meccanismo: ‘nei giorni di rialzo accumulo in U la variazione infinitesima di quella seduta nell’accumulatore delle 14 sedute, mentre nei giorni di ribasso lo faccio in D’. Tutto ciò viene poi rapportato in scala 100.
Dal mio punto di vista, un lavoro da Certosino poco producente. Se il punteggio da dare a Wilder fosse calcolato sull’impegno profuso, io mi permetterai di dargli un voto altissimo specialmente per via di quell’ingegnoso calcolo delle piccole differenze infinitesime ma, venendo al succo, il gioco non vale la candela perché, alla fine, si è capito che l’RSI fa acqua.
Caranti non ha assegnato voti, ma ci ha fatto capire chiaramente che, a parte la stima tributata sul finale per l’introduzione della variazione infinitesimal il suo pollice si è volto all’ingiù.  E i giornali continuano a parlarne, ma l‘avranno mai testato?
Concludiamo la prima parte di questo contributo commentando il MACD (siamo a pagina 15).
Anche qui come prima: niente Volumi e niente Minimi e Massimi.
Marca male …  Ad ogni modo, andiamo avanti e leggiamo tutto.
Il Prof ci informa che Mr. Appel crea il suo indicatore utilizzando la media mobile esponenziale, la famosa EMA (Exponential Moving Average) e, pignolissimo, prima di spiegarci le caratteristiche della media esponenziale e dell’impiego che ne ha fatto Appel, ci mostra come si costruisce una media mobile Semplice (SMA) così poi le possiamo mettere a confronto.
Che meraviglia la semplicità! Innanzitutto ci fa notare che la variabile fondamentale delle medie mobili è il Tempo, il tempo che si muove. La media mobile semplice, stabilito un Time period di 12 giorni, si ottiene sommando il close di ogni giorno del periodo considerato, al 12° giorno si fa la somma, si divide per 12 e, dal giorno successivo, si procede allo stesso modo scartando dalla ‘conta’ il primo giorno della lista secondo un procedimento FIFO (First In / First Out: il primo che è entrato sarà il primo ad uscire).
Ben altra cosa è la media mobile esponenziale. L’algoritmo su cui si basa, dal mio punto di vista, è inquietante. Il Prof ce l’ha messa tutta con i suoi calcoli, ma io sono arrivata al fondo della spiega con un filo di mal di testa e una pessima opinione sulle mie capacità di apprendimento. Poi, miracolosamente, subito dopo la Nota per i programmatori, si legge questa rincuorante osservazione  … Tutto chiaro? Se lo chiedete a me, io dico ‘sì’ per quanto riguarda il concetto della media semplice, dico ‘ni’ a riguardo di quella esponenziale ma vi dirò che non conviene affannarsi né scervellarsi perché l’algoritmo della media esponenziale è una formula matematica canonica e come tale va accettata così com’è ...
EVVIVAAAA! Che bella notizia! Praticamente questo algoritmo impossibile va preso così com’è. E’ un dato di fatto, una roba che si deve comprare a scatola chiusa perché è una formula canonica. A noi, giustamente, ciò che realmente importa è come gioca nella costruzione della Media Mobile Esponenziale (EMA), tale da renderla molto più reattiva della SMA. E del resto io me ne infischio.
Appel pare si sia preso così caramente a cuore questo algoritmo che per il suo MACD utilizzò ben tre EMA: una a 12 giorni ed una a 26, la cui differenza ha come risultato la media mobile intera che tutti conosciamo (MACD), e una a 9 giorni che prende il nome di Signal Line. La Signal Line è quella deliziosa linea tratteggiata che dà il Segnale di inversione del trend: quando taglia il MACD in alto, trend rialzista; quando lo taglia al ribasso, trend ribassista.
Il Prof conclude la sua oculata spiega di questo indicatore mettendone in evidenza i difetti. Praticamente gli piace poco perché, oltre a prendere in considerazione solo i valori di chiusura, non è abbastanza veloce ad intercettare il trend in gestazione; è poi poco equilibrato perché tende a segnalare come forte rialzo un piccolo tuono estivo e viceversa. Non dimentichiamo poi che i parametri fissi non sono mai stati la passione del Prof e il signor Appel ne ha fissati ben tre (12, 26 e 9).
Nel finale è il primo a dire di essere stato un po’ pungente nell’esprimersi sulla profezia che si auto-avvera e, quasi  sicuramente ha ragione, ma io il MACD non l’ho cassato dal grafico: forse credo ancora un po’ alle fate, ma nel corso della mia esperienza di trading, ho potuto considerare che la psiche collettiva ha un ruolo non indifferente sulla determinazione del trend e il ben noto Panic Selling la dice lunga. Al momento lo tengo ancora lì … poi si vedrà.

Erika Tassi