Borsa - Capitalism: a love story

rubrica: 

 

 

… capitalismo e democrazia per Moore non sono sinonimi …

 
Un pachiderma dall’aria simpatica con un ciuffo di capelli che esce da un berretto da apatico contabile del primo novecento, un’espressione persa dietro a due spessi occhiali demodé con addosso una tuta da allenatore di softball: questo è Michael Moore, nato a Flint (Michigan) negli anni ’50, eterno rivale della politica della GM, la General Motors del grande sogno americano. Un sogno sfumato, però, che ha ridotto Flint a una città-cimitero, una debacle totale delle grandi speranze progressiste di Roosevelt.
Siamo a circa cento chilometri a nord di Detroit e dall’ex quartier generale del più grande costruttore al mondo di auto, ma adesso Flint ha visto un tale aumento di disoccupazione e di criminalità da essere ricordata dalla rivista Forbes come una delle città meno vivibili degli Stati Uniti.
La General Motors inizia le proprie attività nel primo ‘900 riunendo i marchi Buick, Oldsmobile, Cadillac, Elmore e Oakland.
Negli anni trenta, GM acquista pure la Electro-Motive Corporation e il suo fornitore di motori, la Winton Engine, costituendo il più grande colosso dell’epoca: General Motors Electro-Motive Division col preciso scopo di monopolizzare tutte le linee di trazione delle ferrovie.
L’anno d’oro della GM arriva nel 1955 quando conquista la palma d’oro e diventa la prima azienda americana a superare il miliardo di dollari di fatturato.
Il lento declino arriva poi coi primi scioperi e una lenta dismissione a favore di produzioni diversificate e decentrate. Si abbassa il livello di marketing in quanto convinti di poter dormire sugli allori mentre il Sol Levante si fa avanti, negli anni ’70 ’80, per acquisire piccole ma significative fette di mercato.
Lo sciopero di Flint a metà del 1998 si diffonde rapidamente ad altri cinque impianti di assemblaggio e viene portato avanti per quasi due mesi: il fatto segna una svolta irrevocabile.
Nel maggio 2005, Standard & Poor's abbassa il rating di GM al livello di titolo spazzatura.
La General Motors comincia a dismettere alcune divisioni di elite come Subaru, Suzuki e Isuzu, quasi sempre rimpiazzate dal maggior concorrente Toyota, fino all’aprile 2009, quando GM comunica ufficialmente che chiuderà entro il 2010 un altro pilastro dell'automobilismo Statunitense, la Pontiac. La mossa fa parte di uno schema di ristrutturazione dell'azienda per cercare di evitare la bancarotta, concentrando i capitali e le risorse sui 4 marchi principali Chevrolet, Cadillac, Buick e GMC.
La GM dichiara bancarotta il 1 giugno 2009 passando sotto l'amministrazione controllata del governo americano.
E qui sta il ragionamento portante del lavoro di Michael Moore: accelerare il processo di dismissione GM sotto l’amministrazione Bush prima che si presenti il ‘rampollo di nessuno’, quel Barack Obama, 44° presidente che nessuno mai avrebbe creduto-sperato potesse ottenere il potere negli Stati Uniti. Nessuno mai avrebbe pensato che l’America avrebbe potuto reggersi su un modesto nativo delle Hawaii di Honolulu anziché dal solito barone coinvolto negli affari di Wall Street.
Nel mirino del film di Moore c’è tutta la corte dell’amministrazione Bush e gli uomini dell’alta finanza, in modo speciale quell’Henry Paulson cheda vice Presidente della Goldman Sachs passò a Segretario del Tesoro proprio sotto la presidenza Bush.
 
Un sistema marcio e corrotto basato sul prestito sub-prime alimentato dalla politica presidenziale delle grandi banche d’affari è il tema dominante della pellicola che si affanna a mostrare più di un documento sulle cupe congiunzioni governo/borsa/malaffare.
Particolarmente toccanti le scene di operai licenziati e abbandonati a se stessi, padri di famiglia ridotti alla fame, vittime di prestiti bancari costruiti ad arte per ricavare uno squallido ricavo.
Moore è stato molto attento ai particolari e alle ricostruzioni ma in alcune occasioni ha spinto un po’ troppo sull’acceleratore lasciandosi condizionare dal proprio odio-sentimento e forse anche un po’ dal narcisismo di chi può <quale affermato regista> esprimersi liberamente senza incorrere in querele.
Per esempio, gioca, Moore, sui “giochi di parole” dei Derivati e degli Swaps proprio quando intervista un ingegnere finanziario che pasticcia volutamente sulla spiegazione: una spiegazione che poteva essere presentata con parole semplici ma che Moore ha volutamente intorbidito per dare risalto al clima di sospetto di tutta la pellicola.
Sì: il lavoro di Moore è ben congegnato perché ha lavorato duro sulle fonti, una sintesi di ricerche che deve averlo quanto meno sfibrato. Peccato però che in alcuni particolari si sia senz’altro lasciato prendere la mano pur di avvalorare le sue tesi … solo questo, forse, è l’unico difetto che si può annotare in un film che bisogna assolutamente correre a vedere.
 
Francesco Caranti