Fuori programma – … Voi giocate in Borsa? – L’opinione di Vittorio Malvezzi

Voi giocate in Borsa? – L’opinione di Vittorio Malvezzi
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Cara Erika la tua, anzi permettimi di chiamarla nostra, è una battaglia persa in partenza. Per diversi motivi.

Fondamentalmente però li raggruppo in due tipi: quelli dovuti ad uno Stato cialtrone, coacervo di interessi di due caste, quella della struttura e quella politica. Quindi noi che dovremmo esserne parte integrante e portante ne siamo esclusi.  Prepotente coi deboli, vigliacco coi forti lo stato si accanisce su di noi che vede quali sudditi da spremere secondo una logica che nei secoli si è perfezionata. Lungi dall'evolversi in senso positivo. Se poi nascono i Grillini, non c'è da meravigliarsi.
Il secondo motivo è ancora più drammatico. Siamo proprio noi a crederci, in sta vaccata del "gioco", e arrossisco nel dirlo, ma spesso sono anche degli addetti ai lavori che non si peritano dall'usare questo lessico. Rivelatore fra l'altro di un approccio devastante. Ti racconto una mia piccola testimonianza. Come sempre il campione non è rappresentativo dell'universo, ma vedilo come un "case".  Un fatto di vita vissuta, rivelatore della veridicità del mio drammatico asserto.  Nella nostra attività, come in altre dove l'arte si mescola alla tecnica ma non può prescindere da conoscenza e informazione, la formazione è vitale.  Qualche anno fa ho partecipato ad un corso di formazione. Roba seria e tosta. Tenuto da un Istituto primario, sostenuto e finanziato da Assicurazioni e banche. Sti avvoltoi non scherzano quando gli servono risorse umane.  Docenti preparati e per lo più perfino giovani, non solo teorici. Molti operavano e operano sul campo.  Numero limitato, sede prestigiosa in Corso Italia a Milano.  Supporto didattico aggiornatissimo: di solito le dispense ci venivano addirittura date fresche di stampante all'inizio delle lezioni.  Cinque mesi tutti i giorni tranne domenica, teoricamente 4 ore al giorno, finite le quali però noi avevamo ogni giorno quelle due o tre-mila domande da porre al docente di turno. E il povero sciagurato, o sciagurata di turno mai una volta che si sia rifiutato. Quindi l'ora o due di supplemento giornaliero era un fatto scontato.  Bene arriviamo verso la fine e quei perdigiorno dei pettirossi stavano pensando a fare il nido, eufemismo per dire che in giro ci davano dentro neanche si trattasse di film a luci rosse per pennuti.  Anche i piccioni, che a Milano abbondano.  Forse anche qualcuno di noi studenti avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad attività ludiche.  Fatto si è che nel corso di una interrogazione riepilogativa di fine corso, una fanciulla inizia la relazione dicendo: "quando gioco in borsa, la mia attività ..."  attimo di gelo.  Naturalmente nel tentativo di evitare il peggio, cioè l'intervento della docente che vedo rabbuiarsi, cerco di buttarla sul ridere.  Ma a dimostrazione che il virus si può diffondere senza esclusione di sesso ed età, interviene un altro, maschietto sta volta, che sostiene la correttezza dell'espressione, tentando addirittura di aggiungere un debole tentativo di nobilitare e avallare la perversione. Tira fuori la teoria dei giochi e se non lo avessimo fermato chissà dove sarebbe finito.  Morale: abbiamo offerto il caffè coi dolcetti alla nostra povera insegnante cercando di consolarla.
 
Sic stantibus rebus ... cosa possiamo farci?
 
Vittorio E. Malvezzi